Alti costi, sicurezza, smaltimento delle scorie radioattive. Tutti i nodi dell'energia atomica

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“Il nucleare non serve all’Italia” è il messaggio forte e chiaro lanciato nel dossier di Legambiente, Greenpeace e WWF in risposta alla volontà del nuovo esecutivo di tornare ad aprire le centrali.
I numeri su costi, sicurezza, tecnologia e tempi sono evidenziati nella documentazione riguardante l’energia nucleare degli ultimi vent’anni, ovvero dal momento in cui l’atomo è stato bandito dall’Italia con il referendum del 1987. Secondo i numeri, se il Paese oggi volesse allinearsi alla produzione elettrica media UE da nucleare (30%), dovrebbe costruire dieci reattori come quello che sta realizzando la Finlandia (il più grande al mondo) per un totale di 10-15mila MW di potenza installata, e tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti.
Secondo l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) nonostante le 439 centrali in attività censite al mondo, a ottobre 2007, il nucleare è oggi una fonte di energia in declino, ed il fabbisogno mondiale scenderà dal 15% al 13% entro il 2030 (stime riportate nel rapporto Energy, elettricity and nuclear power estimates for the period up to 2030). A spiegare questo trend negativo, i soliti vecchi problemi: la sicurezza delle centrali, la gestione delle scorie e lo smantellamento degli impianti in disuso.
Le associazioni ambientalisti puntano il dito contro i costi del nucleare citando stime del dipartimento dell'energia statunitense che parlano di 80 dollari al Mwh, tenendo conto del costo industriale e dei sussidi, che lo renderebbero più caro rispetto alle altre fonti energetiche.
Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne Greenpeace Italia, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente e Michele Candotti, direttore generale WWF Italia, hanno sottolineato la soluzione per fermare la febbre climatica del pianeta, fondata su risparmio, efficienza energetica e sviluppo delle fonti rinnovabili. Inoltre, se la priorità fosse realizzare centrali nucleari, dovremmo dire addio agli obiettivi comunitari e vincolanti del 30% di riduzione delle emissioni di CO2, del 20% di produzione energetica da rinnovabili e del 20% di miglioramento dell’efficienza energetica al 2020.
Sebbene tra le priorità delle linee guida, proposte da Confindustria, ci siano, tra le altre cose, la tutela ambientale e l’efficienza energetica, fanno riflettere, secondo Greenpeace, WWF e Legambiente, le circa 250.000 tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte finora nel mondo, tutte ancora in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivi.
In Italia poi la situazione non è diversa dal resto del mondo: l’inventario curato da Apat conta circa 25mila m3 di rifiuti radioattivi, 250 tonnellate di combustibile irraggiato, a cui vanno sommati i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80-90mila m3 di rifiuti che deriverebbero dallo smantellamento delle nostre 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile.
Data: 31/05/2008
Autore: ANGELA PRISCO




